Madrelingua

In che modo la lingua contribuisce a definire la nostra identità? Le persone che parlano più di una lingua hanno più di un’ identità? In che modo la lingua contribuisce al nostro senso di appartenenza ad una nazione e ad una cultura?

“Tutto può cambiare, ma non il linguaggio che ci portiamo dentro, come un mondo tutto esclusivo e alla fine paragonabile all'utero della propria madre” (Italo Calvino)

Per cominciare

Prima di affrontare i testi presenti in questa unità riflettete sui seguenti punti:

  • Cosa significa avere un’ ‘identità linguistica’ ? Coincide necessariamente con la lingua madre?

  • In che modo la lingua (o le lingue) che parliamo determinano la nostra rappresentazione del mondo?

  • Parlare più lingue significa avere più identità?


Attività

Dividetevi in coppie. Ciascuna coppia legge uno dei testi che trovate qui di seguito (Testi 1- 3) e poi ne riporta il contenuto alla classe. 

Al termine tornate sulle domande con cui avete cominciato questa unità: rispondereste nello stesso modo? Avete appreso delle informazioni che prima non conoscevate?

Testo 1 Testo 2 Testo 3
La lingua madre non si scorda mai Siamo quello che parliamo Sai prepararti al futuro? Dipende da che lingua parli



La madrelingua non si scorda mai 
lescienze.it 
19 novembre 2016 

La prima lingua imparata non si dimentica più: i cervelli di bambini cinesi adottati da famiglie francesi - e che non hanno mai più parlato o ascoltato la lingua materna - dimostrano un'attivazione insolita quando i piccoli sentono parlare cinese. La scoperta, pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”, è stato ottenuta grazie a tecniche di risonanza magnetica funzionale da un gruppo di ricercatori della McGill University di Montreal, in Canada, guidati da Lara Pierce. Per lo studio sono state considerate 48 bambine e adolescenti di origine cinese di età tra 9 e 17 anni, adottate in media all'età di 12,8 mesi, suddivise in due gruppi secondo il grado di esposizione al cinese dal momento dell'adozione. In un primo gruppo sono state raccolte le bambine adottate prima dei tre anni, e che hanno smesso di parlare cinese e iniziato a parlare francese dal momento dell'adozione. Un secondo gruppo era invece formato da bambine esposte fin dalla nascita al cinese che all'età di tre anni hanno iniziato a parlare francese, mantenendo poi un bilinguismo fluente.

Le bambine sono state esposte a voci registrate con suoni tonali tipici della lingua cinese, del tutto assenti invece in francese, mentre i ricercatori effettuavano alcune scansioni con la tecnica di risonanza magnetica funzionale, in grado di rilevare le zone del cervello attivate.

L'analisi dei dati ha mostrato che le bambine dei due gruppi mostravano schemi di attivazione neurale simili in una specifica regione cerebrale, il giro temporale, che non si attivava invece nelle bambine esposte solo alla lingua francese. Secondo gli autori, lo studio dimostra che con l'esposizione a una lingua nella primissima infanzia, il cervello produce delle rappresentazioni dei suoni che vengono integrate nel complesso delle capacità linguistiche e che possono persistere nel tempo anche se il soggetto non è più esposto a quella lingua, non è più in grado di parlarla né di comprenderla, e non ha nessuna consapevolezza di questa sensibilità. Il risultato è coerente con altre ricerche condotte sia su animali sia su esserei umani, secondo cui nel cervello le nuove informazioni apprese non vengono “sovraimpresse” su quelle vecchie, annullandole. I circuiti stabiliti a livello neurale dalle informazioni più vecchie rimangono, anche se per il soggetto è impossibile accedervi.

Resta però da stabilire, scrivono Pierce e colleghi, se le rappresentazioni cerebrali prodotte dall'esposizione alla lingua madre interferiscano in qualche modo con l'apprendimento della seconda lingua nell'età successiva.

Siamo quello che parliamo 
Antonio Giordano 
lavocedi newyork.com 
07 luglio 2016

Quando comunichiamo con altre persone, mettiamo in atto una serie di processi cognitivi, psicologici ed emotivi di cui spesso non siamo consapevoli e che influenzano fortemente la qualità della nostra interazione umana. Già all’interno di una stessa lingua, dialogare, comprendersi, confrontarsi può risultare complicato perché ognuno di noi può attribuire significati diversi alle parole che usa in base alla propria istruzione, esperienza personale ed alla propria sensibilità.

Recenti studi dimostrano che il nostro cervello viene diversamente “modellato” dalla lingua che utilizziamo e che la nostra personalità dipende anche dalle caratteristiche linguistiche del nostro comunicare. In altre parole sembrerebbe che la ricchezza culturale e simbolica di una lingua possano contribuire a “strutturare” il nostro cervello in modo particolare e diverso a seconda del contesto linguistico considerato, cambiando la nostra visione del mondo.

I differenti substrati culturali in cui si muovono le lingue tendono ad attribuire alle parole sfumature molto varie che possono avere influenze emotive anche forti sulle persone. La parola “drago”, ad esempio, per un occidentale richiama meraviglia o paura per un essere fantastico di cui possono fare esperienza soltanto leggendo un romanzo fantasy o guardando un film. Per un cinese invece significherà anche molto altro: nella cultura cinese il drago è simbolo di forza e saggezza per cui la sua immagine creerà una serie di collegamenti mentali e suggestioni emotive sconosciute ad un europeo o americano. Di conseguenza persone che padroneggiano più lingue saranno esposti a molti più stimoli cognitivi e processi metacognitivi.

Alcune evidenze dimostrano che la madrelingua resta il canale preferenziale attraverso cui si muovono la nostra etica e la nostra morale. Uno studio su PlosOne, infatti, ha dimostrato che quando ci esprimiamo in una lingua che non è quella di origine abbiamo meno remore “morali” perché prevalgono i meccanismi cognitivi su quelli emotivi. Infatti il linguaggio che apprendiamo da bambini risulta molto più influenzato dalle emozioni rispetto ad una seconda lingua appresa in età adulta.

Recentemente è stato osservato che anche il “genere” delle parole può influenzare la personalità: uno studio su bambini ebrei e finlandesi – la cui lingua è estremamente diversa per tanti motivi, tra cui il numero di parole con genere maschile e femminile – ha dimostrato che i bambini ebrei si “accorgono” di essere maschi o femmine molto prima dei bambini finlandesi. Questo perché la lingua ebraica assegna in maniera più chiara e definita il genere maschile e femminile alle parole, cosa che si rifletterebbe sulla stessa identità dei bambini ebrei a differenza dei bambini finlandesi, la cui lingua invece assegna in maniera meno rigorosa il genere ai vocaboli.

Molto interessante è anche il rapporto tra la matematica e la lingua: poiché per padroneggiare la matematica è necessario un grande sforzo cognitivo, pur conoscendo una seconda o una terza lingua, continueremo a “pensare” i numeri nella madrelingua. Anche lo studio della grammatica “funziona” da un punto di vista cerebrale come la matematica richiedendo un maggior controllo cognitivo: i bilingui tardivi (cioè quelli che hanno appreso un seconda lingua in età non infantile), pur parlando in maniera fluente, durante un compito di grammatica presentano una mappatura cerebrale “diversa” che li distingue dai bilingui precoci che, avendo imparato una seconda lingua in età infantile, vanno incontro ad un minore sforzo cognitivo. La lingua in cui ci esprimiamo, quindi, plasma il cervello e influenza la nostra percezione delle cose. Le persone che parlano più lingue hanno a disposizione un universo simbolico, culturale e cognitivo estremamente ampio, potenzialmente arricchente e vivace.

Molti studiosi sono convinti che persone che parlano lingue diverse siano cognitivamente diverse a tal punto da influenzare profondamente la loro visione del mondo. C’è chi sostiene che le caratteristiche di una lingua possano condizionare il senso di giustizia e di responsabilità personale: nella lingua inglese, ad esempio, per dire che un vaso si è rotto si dà per scontato che “qualcuno” lo abbia rotto e, quindi, che esista un responsabile dell’accaduto. Nella lingua spagnola, invece, si dice semplicemente che “il vaso si è rotto”. Secondo alcuni osservatori questo tipo di sfumature lessicali potrebbero almeno in parte spiegare perché nella cultura anglosassone si tende più facilmente a punire chi trasgredisce le regole piuttosto che a risarcire le vittime. La lingua, quindi, non è soltanto un mero strumento per riuscire a veicolare informazioni, ma è uno mezzo comunicativo molto più complesso e profondo, straordinariamente ricco e sotteso al contesto culturale in cui agisce. Quindi, parlare e capirsi, soprattutto se si proviene da nazioni (e, quindi, lingue) diverse non è affatto un’ operazione immediata e banale.

Sai prepararti al futuro? Dipende da che lingua parli 
Ozgun Atasoy 
lescienze.it 
23 marzo 2013

La lingua che parliamo è in grado di determinare quanto saremo ricchi e in buona salute. A suggerirlo è una nuova ricerca firmata da Keith Chen della Yale Business School, in via di pubblicazione su "American Economic Review", secondo la quale le diverse lingue, avendo differenti strutture, possono influenzare in modo più o 5 meno positivo la nostra percezione del futuro e le relative decisioni, con enormi conseguenze sul lungo periodo. 
Sono molte le ricerche che si sono occupate di come affrontiamo il futuro. Per esempio, i famosi "marshmallow studies" di Walter Mischel e colleghi hanno mostrato che la capacità di resistere alle tentazioni è predittiva del successo 10 futuro. Il test consisteva nel dare un marshmallow [un tipo di caramella morbida, tradotto anche come toffoletta, N.d.T.] a dei bambini di quattro anni, dicendo loro che se avessero aspettato il ritorno dello sperimentatore per mangiarlo ne avrebbero ricevuto un altro in premio. Gli studi di follow-up hanno dimostrato che i bambini che riuscivano ad aspettare la ricompensa maggiore avevano più 15 successo da giovani adulti. 
In un famoso studio, i bambini che hanno dimostrato di saper resistere alla tentazione di mangiare subito un marshmallow hanno avuto poi maggior successo da adulti . Resistere alla nostra tendenza ad avere gratificazioni immediate spesso è l'unico modo per ottenere le cose a cui teniamo. Vogliamo mantenere la linea ma 20 vogliamo anche quell'ultima fetta di pizza. Vogliamo risparmiare per la vecchiaia, ma vogliamo anche guidare quella macchina luccicante, fare quella vacanza di sogno o acquistare quelle scarpe stupende. Alcune persone sono più brave di altre nel rimandare le gratificazioni, e sono queste ad avere maggiori probabilità di mettere da parte del denaro e conservare uno stile di vita salutare. Inoltre, è meno 25 probabile che facciano acquisti impulsivi, fumino sigarette o abbiano comportamenti sessuali a rischio. 
Le ricerche di Chen indicano che un fattore imprevisto come il linguaggio influenza notevolmente i nostri comportamenti legati al futuro. Alcune lingue distinguono nettamente il presente e il futuro, mentre in altre questa distinzione è più debole: 30 gli studi di Chen suggeriscono che le persone che parlano le lingue del secondo tipo siano più preparate ad affrontare il futuro, risparmiando di più e mantenendosi meglio in salute. Poiché il modo in cui queste persone concepiscono il futuro è simile a quello in cui concepiscono il presente, il domani non appare così remoto ed è quindi più facile agire secondo i loro interessi futuri. 
35 Lezioni di grammatica inglese: l'obbligo di usare marcatori linguistici rende il futuro nettamente distinto dal presente. Le lingue hanno modi diversi per parlare del futuro. In alcune, come l'inglese, il coreano e il russo, chi parla è costretto riferirsi al futuro in modo esplicito. In inglese, ogni volta che si parla al futuro bisogna usare specifici marcatori come "will" or "going to", mentre in altre lingue, 40 per esempio il mandarino, il giapponese e il tedesco, questi marcatori non sono obbligatori, e il futuro spesso viene espresso in modo simile al presente, lasciando che il significato emerga dal contesto. Lingue come l'inglese ricordano costantemente a chi le sta parlando che gli eventi futuri sono distanti, mentre per chi parla una lingua come il mandarino il futuro appare più vicino. Di conseguenza, 45 resistere a impulsi immediati e investire sul futuro è più facile per chi parla il secondo genere di lingua.

Il tasso di risparmio delle persone è influenzato da diversi fattori, tra cui il reddito, il livello di istruzione scolarità, l'età, la religione, il sistema legislativo del proprio paese e i valori culturali. Una volta calcolati tutti questi fattori, l'influenza della 50 lingua sui tassi di risparmio è risultata enorme. Parlare una lingua come l'inglese che ha marcatori obbligatori per il futuro rende del 30 per cento meno inclini a risparmiare denaro per il futuro. 
Una vecchiaia serena dipende anche dalla capacità di fare le scelte giuste in giovane età. Analogamente, le analisi hanno mostrato che parlare una lingua senza 55 marcatori obbligatori per il futuro, come il mandarino, spinge le persone a mettere da parte di più per la pensione, a fumare meno e a fare più esercizio fisico, con effetti positivi sulla salute in età avanzata. Anche i tassi nazionali di risparmio sono influenzati dalle lingue: più è ampia la percentuale di abitanti che parlano lingue che non hanno marcatori obbligatori per il futuro più alti sono i 60 tassi nazionali di risparmio. 
La ricerca di Chen ha mostrato che la lingua struttura i nostri pensieri legati al futuro e che è possibile che sia la struttura della nostra lingua a cambiare il nostro modo di pensare: spodtare il futuro avanti e indietro nel nostro spazio mentale può avere enormi conseguenze sui nostri giudizi e decisioni.

(testo adattato)


Paper 2: Comprensione scritta

 Leggi il Testo 4 e fai la Scheda di lavoro 4.

Grammatica in contestoChissà che non + congiuntivo 

Testo 2: Lingua e identità culturale

Lingua e identità culturale
Massimo Arcangeli, treccani.it

(Par.1) Se il futuro parlasse una sola lingua che mondo sarebbe?
Secondo David Crystal "un mondo con una sola lingua superstite – una catastrofe di ecologia intellettuale senza precedenti – è uno scenario che in teoria potrebbe affermarsi di qui a cinquecento anni”. Mi riesce francamente molto difficile pensare a uno scenario del genere. Preferisco guardare alla diversità linguistica come a un patrimonio inestimabile al quale una parte almeno del genere umano non sarebbe disposta a nessun costo a rinunciare. Ricordando una riflessione di Leopardi contenuta nello Zibaldone: "Ciascuna lingua [...] ha certe forme, certi modi particolari e propri che per l’una parte sono difficilissimi a trovare perfetta corrispondenza in altra lingua; per l’altra parte costituiscono il principal gusto di quell’idioma, sono le sue più native proprietà, i distintivi più caratteristici del suo genio, le grazie più intime, recondite, e più sostanziali di quella favella. Nessuna lingua dunque è uno strumento così perfetto che possa servire bastantemente per concepire con perfezione le proprietà tutte e ciascuna di ciascun’altra lingua".

(Par. 2)“L’italiano è la lingua della memoria, il còrso è la lingua del cuore, il francese la [2] lingua del pane”; lo ha ricordato Marco Ferrari nel cappello a una intervista fatta diversi anni fa per «L’Unità» (5 luglio 1999) a Jacques Thiers, noto scrittore e saggista. È come dire che ogni lingua, proprio come ciascuno dei suoi parlanti, ha una sua identità, una sua personalità, una sua anima; insegnare o apprendere una lingua non è insegnare o apprendere semplicemente il modo di parlarla e di scriverla ma tentare invece di trasmettere o assimilare proprio quell’identità, quella personalità, quell’anima. Caso peraltro emblematico ed esemplare, la Corsica, dell’ideale connubio tra diverse realtà linguistiche che ha portato alla elaborazione della nozione di polinomia. “Una lingua polinomica”, ha osservato Thiers nel corso dell’intervista ricordata, “è quella in cui l’unità non procede dal consolidamento di una norma unica, ma dalla volontà dei parlanti di proclamarla unica tollerando le variazioni della diversità dialettale e sociale”.

(Par. 3) Affermare l’unicità e l’irripetibilità di una lingua, se abbracciamo questa causa, non significa perciò discriminare le sue varietà interne, che possono discostarsi in misura più o meno rilevante dallo standard rappresentato dall’arbitraria selezione, storicamente determinatasi, di un certo numero di suoi tratti. L’anima si rivela composta di tante anime, tutte egualmente bisognose di riconoscimento, e l’insegnamento della varietà, subentrato alle vecchie prestazioni didattiche che impartivano una monoscopica sequenza di rigidissime regole, diventa occasione di apprendimento di una elementare grammatica della cooperazione: se chi insegna una lingua restituisce dignità alle sue tante anime interne, dando voce a ciascuna di esse, chi apprende ricambia con una maggiore disponibilità al dialogo; a confortarlo la ben riposta speranza che il trattamento riservato alle varietà interne alla lingua che sta imparando non sarà diverso da quello riservato a lui, che si convertirà facilmente nel rispetto per la sua identità di parlante. Quasi una prova preliminare d’integrazione, se caliamo tutto ciò nel plurilingue contesto europeo, per rendere meno problematico (o traumatico) il contatto tra culture e mentalità diverse.

(Par. 4) La lingua come ponte fra culture e identità
Per alcuni l’unica via da intraprendersi da parte della vecchia Europa per il reciproco, pacifico riconoscimento delle rispettive diversità è costituita dal dialogo tra le lingue e le culture incaricate di rappresentarle. Laddove il multiculturalismo esporrebbe al concreto pericolo di una balcanizzazione, l’interculturalismo garantirebbe il positivo riconoscimento delle reciproche identità, evitando di concedere il destro sia all’intolleranza xenofoba sia al differenzialismo integralista. Il mutuo, preliminare riconoscimento delle identità linguistiche dei partecipanti, nel contesto di insegnamento/apprendimento di una lingua straniera, favorisce l’aspirazione a sentirsi realmente parte della vita, della cultura, dei costumi di un paese nel quale non si è nati, che si conosce appena, a cui non si è in grado di comunicare le speranze che si nutrono, i sentimenti che si provano, la visione che si possiede del mondo. Esso può portare così un contributo decisivo al processo di integrazione e di rispetto della diversità culturale.

(Par. 5) Integrare anche per sentirsi integrati. Perché la paura del diverso può creare una nuova, pericolosa forma di esclusione; l’autoemarginazione di chi, quasi straniero in casa propria, si sente circondato da masse di parlanti in lingue sconosciute che istintivamente rifiuta; masse destinate a farsi sempre più numerose: secondo il rapporto del 2003 dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni i 175 milioni di migranti registrati nel 2000 diventeranno 230 milioni nel 2050. Il nostro futuro di cittadini italiani ed europei, e il futuro stesso del mondo, dipenderanno anche da ciò che saremo in grado di fare nei prossimi anni per integrare il “diverso”, innanzitutto linguisticamente. Chissà che un giorno gli intrecci e le intersezioni dell’interculturalismo non possano evolvere verso la realizzazione dell’utopia della fusione accarezzata dalla filosofia transculturale. Quel giorno, tra gli elementi componenti le tante forme linguistiche ibride diffuse oggi per il mondo, saranno allora diventati del tutto invisibili i punti di sutura. Quel giorno avremo realmente capito l’importanza dei valori sociali, culturali, antropologici, prima ancora che grammaticali, di una qualunque realtà linguistica. (testo adattato)


La formazione dell' italiano come lingua nazionale

Guardate l’ intervista e rispondete alle domande della Scheda di lavoro 5.

Scheda di lavoro 5: Formazione italiano nazionale


Paper 1: SL (250-400 parole ) / HL (450-600 parole)

In quanto Ministro della Cultura sei stato invitato a tenere il discorso di apertura del Convegno organizzato dalla città di Torino per la ‘Giornata internazionale della lingua madre’. Scrivi il testo del discorso.

Osservazioni linguistiche
Il plurale di ‘madrelingua’: Il plurale del sostantivo femminile (non animato) prevede la flessione di tutti e due gli elementi, quindi madrilingue ('le lingue che si apprendono dalle madri'). Quando il sostantivo assume valore di aggettivo, è invariabile.

HL Orale individuale

Prepara una presentazione di 3-4 minuti sul Brano estratto dal libro La mia casa è dove sono di Igiaba Scego. Sul testo del brano troverai delle domande che potranno aiutarti nell’ organizzazione della presentazione orale. 

La mia casa è dove sono


Vocabolario tematico

  • lingua madre (o madrelingua)
  • lingua d’ origine, nativa, prima, primaria
  • bilingue
  • poliglotta
  • idioma
  • forestierismo
  • anglismo
  • lingua comune
  • lingua standard
  • lingua unitaria
  • neologismo
  • lessico
  • minoranza linguistica
  • varietà regionale
TOK

Nel corso di Tok hai studiato in che modo apprendiamo il linguaggio. Le diverse teorie (Comportamentismo o ‘behaviourismo’; la teoria di N. Chomsky) hanno influenzato le metodologie di insegnamento delle lingue straniere: riflettendo sulla tua esperienza come studente, puoi individuare differenti approcci e teorie di riferimento nel tuo processo di acquisizione della lingua? Nei testi 1-3 hai trovato diversi esempi di come il linguaggio non si limiti a dare una rappresentazione della realtà ma di fatto la determini (B. Whorf). Potresti fare degli esempi di parole della tua lingua madre che comunicano dei concetti e dei valori peculiari della tua cultura?

Testo e contesto

Nel novembre 1999 l’ Unesco ha proclamato il 21 febbraio Giornata Internazionale della lingua madre. La data è stata scelta per ricordare il 21 febbraio 1952, quando un gruppo di studenti bengalesi dell'Università di Dhakafu ucciso dalle forze di polizia del Pakistan (che allora comprendeva anche il Bangladesh) mentre protestava contro l’ imposizione della lingua urdu come unica lingua ufficiale (mentre la maggioranza della popolazione che viveva in Pakistan parlava il bengali). L’ Unesco attraverso questa iniziativa vuole sostenere la convinzione che una cultura della pace possa fiorire solo dove ognuno possa comunicare liberamente nella propria lingua in tutti gli ambiti della propria vita.

Nel 1940 il regime di Mussolini proibì per legge l’ uso di anglicismi e parole straniere. Affermando il principio dell’ autarchia linguistica, il regime si propose di disciplinare l’intero repertorio linguistico italiano, non limitandosi al controllo della lingua nazionale (sua diffusione, insegnamento, uso) ma intervenendo nelle parlate dialettali, in quelle dei territori alloglotti (Alto Adige e Venezia Giulia) e, appunto, contrastando i prestiti da lingue straniere.

Collegamenti tematici

Identità. La lingua madre determina l' identità culturale?

Last modified: Sunday, 23 August 2020, 11:29 AM